Il Governo elimina gli assegni di ricerca: nuove tutele, ma incertezze sui fondi - Studentville

Il Governo elimina gli assegni di ricerca: nuove tutele, ma incertezze sui fondi

Il Governo elimina gli assegni di ricerca: nuove tutele, ma incertezze sui fondi

I precari accolgono con prudenza la riforma: “Un passo avanti, ma servono garanzie economiche e contratti certi”.

Dopo anni di attesa e complesse trattative tra i ministeri dell’Università, della Pubblica Amministrazione e dell’Economia, il governo ha ufficialmente abolito gli assegni di ricerca. Il provvedimento, approvato il 7 febbraio dal Consiglio dei Ministri, segna una svolta per i ricercatori non strutturati che saranno assunti con contratti di lavoro invece che con assegni annuali. La decisione fa parte della riforma Verducci sull’Università, prevista dalla legge 79/2022 (nota anche come Pnrr-bis), il cui iter attuativo era rimasto bloccato nonostante un’intesa raggiunta con l’Aran lo scorso ottobre.

L’eliminazione degli assegni era da tempo richiesta dal mondo accademico, con l’Associazione dei dottorandi e dottori di ricerca (Adi) che aveva recentemente presentato un esposto alla Commissione Europea per sollecitare l’attuazione della misura. “È un passo avanti – afferma Davide Clementi, segretario nazionale di Adi, a ilfattoquotidiano.it – ma non è un automatismo”. Infatti, il provvedimento prevede contratti biennali con un importo minimo garantito e maggiori tutele, ma la sua applicazione concreta dipenderà dai regolamenti interni dei singoli atenei.

Dubbi e preoccupazioni: senza fondi adeguati il rischio è la precarizzazione

Se da un lato la misura viene accolta come un segnale positivo, dall’altro emergono forti perplessità sulla sua attuazione pratica. Il mondo accademico teme che senza un finanziamento adeguato le università possano ridurre il numero di posizioni disponibili per contenere i costi. Il tema è stato al centro di un’assemblea nazionale dei ricercatori precari, che si è svolta l’8 e il 9 febbraio presso l’Università di Bologna, con la partecipazione di circa 400 studiosi da tutta Italia.

“È un progresso, ma non c’è una chiara indicazione su quale tipo di contratto dovrà essere applicato – spiega Daniela Leonardi, assegnista di ricerca presente all’incontro – vogliamo un unico inquadramento post-dottorato, con garanzie e senza il rischio che vengano preferite formule contrattuali più convenienti per gli atenei ma penalizzanti per i ricercatori”. Gli accademici temono che la mancanza di fondi statali sufficienti possa portare a una riduzione delle assunzioni, con un impatto negativo sulla ricerca. “Saranno spinti a fare meno contratti di ricerca – sottolinea Eleonora Priori, ricercatrice e membro dell’Assemblea precari – ma chiunque abbia a cuore il futuro della ricerca e dell’università sa che è necessario aumentare le posizioni e non ridurle“.

Un futuro ancora incerto

Anche la Rete 29 Aprile, nata in risposta alla riforma Gelmini del 2010, ha espresso preoccupazione. “Quello che la politica non capisce – afferma Piero Graglia, professore ordinario all’Università di Milano e fondatore della Rete – è che fare ricerca significa avere tempi lunghi e certezze di programmazione. Oggi siamo in difficoltà nel proporre un percorso serio a chi vuole intraprendere la carriera accademica”.

Nel comunicare la riforma, la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha sottolineato l’importanza di una collaborazione tra tutte le componenti del mondo accademico: “È il momento della responsabilità, la ricerca è futuro”. Purtroppo però, restano da chiarire molti aspetti, a partire dalle modalità di finanziamento e dall’evoluzione del disegno di legge che accompagnerà la transizione dal vecchio sistema a quello nuovo. Per i ricercatori, il vero banco di prova sarà vedere se il governo sosterrà economicamente questa trasformazione o se resterà solo un cambio formale senza reali benefici per il settore.

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