A Sanremo si canta solo dal vivo, ma non è sempre stato così. Scopriamo cosa dice il regolamento di quest’anno e alcuni epici episodi del passato.
Sanremo è da sempre il grande palcoscenico delle sorprese e anche l’edizione 2025, guidata da Carlo Conti, non fa eccezione: tra glamour e dibattiti, la musica, che dovrebbe essere la protagonista assoluta, spesso passa in secondo piano. Ma a proposito di musica: si può cantare in playback? La risposta è netta e sicura: no. Il regolamento odierno vieta categoricamente il playback, obbligando tutti gli artisti a esibirsi dal vivo senza eccezioni (a parte l’autotune, ma ne parliamo dopo). Questa regola, però, non è sempre esistita e nel passato del Festival ci sono episodi che non si possono dimenticare.
Il playback a Sanremo: dal caso Bobby Solo alla regola attuale
Sebbene oggi sia vietato, il playback è salito sul palco dell’Ariston già negli anni ’60. Il primo episodio risale al 1964, quando Bobby Solo fu colpito da una laringite e, per poter comunque eseguire “Una lacrima sul viso”, si affidò a una registrazione. Il risultato fu la squalifica immediata, ma, paradossalmente, la canzone divenne un successo indiscusso.
Fino agli anni ’80 il playback continuò a essere vietato, ma nel 1984, per volere delle case discografiche, ci fu un cambio di tendenza e gli artisti furono obbligati a esibirsi con basi pre-registrate per garantire un suono identico a quello delle versioni incise. Questo inutile obbligo portò a episodi memorabili, come la protesta di Vasco Rossi, che abbandonò il palco prima della fine della sua esibizione, e quella dei Queen, con Freddie Mercury che si prese gioco della situazione fingendo di cantare “Radio Ga Ga”. La svolta arrivò nel 1985, quando Claudio Baglioni fu l’unico a esibirsi dal vivo con “Questo piccolo grande amore”, segnando la fine dell’epoca del playback al Festival.
L’episodio di Lazza nel 2024: accuse e smentite
Le polemiche non sono mancate neanche quando il playback effettivamente non c’era. Nel 2024 Lazza si è esibito sul palco esterno del festival con “Cenere”, la canzone con cui aveva conquistato il secondo posto l’anno precedente. Durante l’esibizione, però, la sua voce appariva fuori sincrono rispetto al movimento delle labbra e il pubblico lo accusò subito di playback. La verità, però, era un semplice problema tecnico, un ritardo di segnale che aveva generato l’effetto visivo ingannevole.
Autotune a Sanremo: permesso, ma con limiti
Se il playback è vietato, diverso è il discorso per l’autotune, il software nato nel 1997 che consente di correggere l’intonazione e creare effetti sonori particolari. L’autotune è ampiamente utilizzato nella musica rap e trap e anche a Sanremo se ne può fare uso, ma con una limitazione: il software può essere impiegato per aggiungere effetti sonori, ma non per correggere l’intonazione. Ciò significa che l’artista deve comunque cantare intonato, senza affidarsi a modifiche artificiali per migliorare la performance.
Questa regola cerca di trovare un equilibrio tra innovazione e tradizione, evitando che il Festival si trasformi in un’esibizione interamente filtrata dalla tecnologia. Per chi è abituato alle interpretazioni classiche, l’uso dell’autotune può comunque risultare straniante e dare la sensazione di una vocalità non del tutto autentica, anche se dal vivo e non in playback.