Un episodio in una classe elementare ha acceso i riflettori su come gli stereotipi possano infiltrarsi nell’educazione. Durante una lezione sull’alfabeto, una maestra ha associato la lettera Z a “zingaro”, mostrando un’immagine stereotipata. Un bambino si è rifiutato di scriverla, definendola “una parolaccia”.
Questo momento ha rivelato come l’antiziganismo, forma di discriminazione radicata in Italia, possa manifestarsi inconsapevolmente anche in contesti educativi, sollevando interrogativi sul peso delle parole e degli stereotipi.
Analisi dell’incidente in aula
“Zeta come zingaro” dice la maestra, mostrando l’immagine di una donna trasandata. Un bambino si rifiuta di scrivere e scoppia in lacrime: “Quella parola è una parolaccia”. Gli altri alunni iniziano a ripetere stereotipi negativi sui rom.
La madre del piccolo, Eva Rizzin, esperta di antiziganismo, parla con l’insegnante che ammette la propria ignoranza e si scusa. “Mio figlio è stato forte, ma tanti bambini non hanno la forza di alzare la mano”, racconta Eva, evidenziando come la mancanza di conoscenza alimenti i pregiudizi.
Approfondimento su stereotipi e antiziganismo
Gli stereotipi verso le comunità rom e sinte hanno radici profonde nella storia europea. Come evidenziato da Eva Rizzin, responsabile scientifica dell’Osservatorio nazionale sull’Antiziganismo, termini come “zingaro” e “nomade” sono eteronimi dispregiativi che feriscono chi li subisce. Questi vocaboli vengono erroneamente normalizzati persino nei dizionari, dove alla voce “zingaro” si legge: “persona disordinata e trasandata”, perpetuando un pregiudizio strutturale.
L’antiziganismo rappresenta una forma di razzismo particolarmente radicata in Italia rispetto ad altri paesi europei, come confermato da diverse ricerche tra cui quelle del Pew Research Center. Ciò che lo rende insidioso è la sua “opacità cognitiva”: viene riprodotto inconsapevolmente non solo nel linguaggio quotidiano, ma anche nei discorsi politici e istituzionali.
Contrariamente alla percezione comune, i dati mostrano che in Italia vivono solo 180.000 persone rom e sinte, appena lo 0,25% della popolazione, il numero più basso in tutta l’Unione Europea. Di queste, soltanto 24.000 risiedono in insediamenti informali, spesso creati dalle istituzioni sulla base di stereotipi e non per scelta spontanea delle comunità. Come sottolinea Rizzin: “Lo stereotipo del nomade dobbiamo decostruirlo: furono le persecuzioni a spingere al nomadismo”.
L’Accademia Nazionale Romanì si propone di combattere questa disinformazione attraverso una piattaforma scientifica diretta da Santino Spinelli, offrendo strumenti concreti per superare gli ostacoli all’inclusione. La formazione e la conoscenza diventano quindi armi fondamentali contro pregiudizi che, secondo alcune ricerche, influenzano negativamente la percezione di otto italiani su dieci verso queste comunità.
Impatto educativo e riflessioni dai testimoni
Alla conferenza di Modena, Luigia Paolino ha sottolineato come “la discriminazione non si combatte se non si parte dalle parole”. L’attivista Simonetta Molinverno ha evidenziato come i pregiudizi spingano i bambini Rom e Sinti all’abbandono scolastico: “I nostri ragazzi faticano per i pregiudizi, occorre guardare l’altro con occhi diversi”. Eva Rizzin conferma: “La scuola è strumento di riscatto, contrastate il razzismo”.